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Suoni & Visioni |
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Profondo rosso di Walter Chiesa Nel 1975 Dario Argento è in piena forma: pallido, magro, i capelli schiacciati sulla fronte a ricordare vagamente il mostro di Frankenstein interpretato da Boris Karloff nel ’31, parla a voce piuttosto bassa dando l’impressione di nascondere qualcosa. Insomma anche fisicamente è l’incarnazione perfetta della missione che si è prefissato: spaventare gli spettatori. Per tutti gli anni ’70 e ’80 ci riuscirà perfettamente, sorretto da una visione anarchica, visionaria, violenta dell’arte cinematografica. La sua opera più nota è naturalmente Profondo Rosso, film di fama planetaria, in realtà solo da alcuni considerata la migliore, ma senz’altro fondamentale per comprendere il suo percorso artistico. Distribuito nelle sale nel 1975, diviene ben presto oggetto di culto da parte dei plotoni di appassionati della paura. Da una parte, Profondo Rosso mantiene intatto il suo legame col genere del “giallo”: lo spettatore segue passo dopo passo le improvvisate indagini del protagonista, deciso a scoprire l’identità di un misterioso assassino che sta seminando il terrore. Assistendo al film è inevitabile formulare ipotesi sull’identità del maniaco. Ma c’è molto di più: il perbenismo alla Hitchcock, i personaggi borghesi e ben vestiti e la riluttanza a mostrare il sangue sono qui elementi completamente banditi. Ci si muove invece nei labirinti della perversione e della follia, tra omicidi cruenti e compiaciuti, immersi in un’umanità imperfetta e viziosa. Nel mostrare gli omicidi c’è un evidente compiacimento da parte dell’autore, uccidere qui diviene una sorta di rituale, un atto certo terribile ma a suo modo creativo, energico, vitale. E le situazioni nelle quali avviene l’atto di eliminazione non possono lasciare indifferente chi vi assiste, perché non affidate ad una fredda e distante pistola, ma immerse nel dolore fisico più palpabile: ad uno studioso viene sbattuta la bocca contro vari spigoli della stanza, finche – del tutto insanguinato e coi denti presumibilmente rotti - gli viene trafitta la gola con un coltello; una scrittrice viene uccisa immergendole il viso nell’acqua bollente, e naturalmente allo spettatore non viene risparmiata la deformazione del viso ustionato; una donna viene colpita alla schiena con un’accetta, e poi infilzata nel vetro rotto della finestra che le recide la gola; un altro malcapitato si ritrova suo malgrado sdraiato in strada, ed un’auto in corsa gli schiaccia la testa. E via di questo passo. Cattivo gusto? Per alcuni senz’altro lo è, ma quando l’osare è sorretto da una visione coerente, da capacità ed inventiva, bisognerebbe andarci piano con le categorie. Con il suo impermeabile e i suoi guanti neri, l’assassino è innanzitutto una presenza universale ed astratta, una sorta di Uomo Nero, una sintesi delle paure, quasi fosse l’essenza stessa del male. Ma è anche terribilmente vicino, con le sue frasi sussurrate che sembrano parlare all’orecchio dello spettatore, con le panoramiche sui suoi piccoli oggetti privati (biglie, bambole, coltelli…) che ci danno l’impressione di essere entrati in punta di piedi nelle sue stanze segrete, con i flash back che suggeriscono il trauma che alberga nella sua mente, che ha gettato le sue malefiche radici e germogliato in anni e anni di apparente silenzio. Altro elemento qui fondamentale è il ruolo della musica, probabilmente ispirata in parte alla colonna sonora dell’Esorcista (uscito due anni prima nei cinema), ma qui non più relegata a sottofondo, non più destinata alla semplice sottolineatura dei momenti salienti, ma vera protagonista del film, unita alle immagini in maniera inestricabile. Per chi abbia visto l’opera, distinguerla dalla sua colonna sonora è del tutto impossibile. Nella vicenda non manca poi qualche accenno al paranormale che, insieme al trionfo della violenza, collegano il film direttamente alle atmosfere dell’horror, genere che non a caso Argento sfrutterà esplicitamente a partire dal film successivo.
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